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Il mitico peschereccio "Polpo Mario".
Sestri Levante – Quando nell’estate del 1983 decisi, con l’amico Franco, di comprare un peschereccio, capii di essere sulla strada giusta: il pesce sempre fresco era sempre a mia disposizione in quantità e soprattutto della qualità desiderata. Una avventura vissuta con grande entusiasmo: il moto-pesca “Polpo Mario”! Mi inebriavo nel vederlo salpare ogni mattina (quasi sempre in concomitanza con la mia uscita dalla discoteca Piscina dei Castelli) per strascicare da Riva alle 5 Terre, mi divertiva chiamare, via radio, i miei pescatori,e sentire da loro “in diretta” che tipo di pesci erano già pescati, selezionati; poi l’arrivo in banchina al pomeriggio, sempre alla stessa ora. Una trepidazione, a volte anche tensione e preoccupazione, quando qualche imprevisto all’ultima calata non faceva comparire la sua inconfondibile prora a filo dell’isola. Era facile distinguerlo fra decine di pescherecci che in fila indiana, all’orizzonte, tiravano lentamente le loro reti. Con la sua forma caratteristica, sedici metri di lunghezza, venti tonnellate di stazza. Un pescaggio (tanto importante per aumentare il “colpo” nella pesca a strascico) di oltre due metri e mezzo. Tutto legname stagionato, costruito nel 1943 a Porto Empedocle da lupi di mare siciliani grandi cultori della pesca e di esperienza superiore a qualsiasi marineria nel mondo. Mai una goccia d’acqua in sentina, difficile persino da penetrare per piantare un semplice chiodo. “Legno che sembra osso” diceva sempre il maestro d’ascia Mario Po durante le operazioni di calafatatura e di rimessaggio (una volta all’anno). Uno scafo “marino” a fare invidia ai moderni pescherecci in vetroresina. Quante traversie e quante gioie mi hai regalato!! Dalla pesca di trenta chili di dentici in un giorno, ai quintali di novellini, alle reti perse negli “agguanti” (relitti) sparsi un po’ ovunque sul fondo del mare, al recupero di un aereo e d’ogni sorta di residuato bellico. Quante le sorprese, di una pesca, quella a strascico, monotona sicuramente per le procedure sempre uguali di posa e tiro delle reti, ma di grande scenografia al momento di issare il sacco a bordo dopo una cala di quattro o cinque ore. Non basterebbe un dizionario per citare uno ad uno le specie animali pescate e neppure gli oggetti più svariati finiti sulla poppa del “Polpo Mario”. Ogni giorno, pur varando lo stesso fondale, l’ansia di vedere la rete si faceva sempre spasmodica, prima i gabbiani che giungono immediatamente appena azionato il verricello e seguono il lento recupero dei cavi d’acciaio, dei divergenti, delle sferzine e infine della rete. Loro sanno che ad ogni calata con la pala vengono gettati in mare insieme a quintali di fango anche migliaia di piccoli pesci. Il loro grido tiene compagnia, ad ogni nuova palata si fa sempre più forte, quasi a coprire il rombo del motore poi la posa sull’acqua a ingurgitare i freschissimi scarti. Un rituale scontato, la vita a bordo fino alla paranoia. Una emozione di pochi attimi che si scontra con i gesti sempre uguali ripetuti giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno per una vita intera…La prima cala all’alba poi intorno alle nove la salpata, la cernita dei pesci, la loro pulitura la sistemazione nella capace cella frigorifera di bordo, il tempo di una sigaretta ed ecco a mezzogiorno la seconda salpata con le stesse uguali ed identiche operazioni. |