La pesca.

Il Re Pesce Prete.

Il Pesce Prete

E’ il nobile pesce della zuppa, visto e considerato che ha meno lische del suo pari grado il cappone ed entrambi hanno un portamento regale: rosso fuoco il cappone o arancione a seconda dei coralli dove vive, sempre marrone con toni di grigio per il prete che vive sotto il fango o la sabbia.
Perché preferiamo dedicare spazio a questo buffo e simpatico pesce, tralasciando altre specie regali come la gallinella, la tracina (agna) e lo stesso cappone? Semplice: perché di pesci preti o guardastelle (per via degli occhi posizionati in alto rispetto alla testa) sono diventati rari a causa della pesca a strascico.
Sono possenti, dotati di alcuni aculei velenosi veloci e scattanti per mangiare ma assai goffi al momento di nascondersi. E così, vivendo in fondali fangosi, senza riparo, sono stati “scentati”, come si dice in gergo marinaresco, dalle reti a strascico spesso trainate in fondali inferiori ai cinquanta metri previsti dalla legge.
Basta parlare con i vecchi dei tremagli (reti da posta) per scoprire che nei mesi di febbraio ed a luglio era normale prendere in abbondanza il “re della zuppa”, in ogni località vi era una zona sui 25/40 metri dove i pesci prete vivevano in grandi colonie con esemplari del peso di oltre un chilogrammo, poi poco alla volta sono spariti da Deiva Marina, da Moneglia, da Vallegrande, zone rastrellate tutti i giorni dalle paranze di S. Margherita Ligure e di Sestri Levante; poi anche dal golfo di Riva sono spariti e così pure da tutta la fascia litoranea tra Chiavari e la Penisola. Pensate che erano diventati così rari che era sufficiente indicarne un esemplare in una cassa di zuppa per sentire apostrofare dalla pescivendola “Eh no! Quello da solo non glielo posso vendere, perché altrimenti mi rovina la zuppa!
Per capirci meglio: sì alla tracina, alla gallinetta, alla pescatrice, al gronghetto ma per il pesce prete bisogna piazzare almeno due chili di zuppa altrimenti poi diviene difficile completare l’abbinamento.

Fin qui tutto, purtroppo, naturale ma la novità è che i pesci prete sono tornati, o meglio, sono stati riscoperti nell’ultimo anno. Merito, per i buongustai, un po’ meno per i pesci, del motopesca “Novantatrè – Polpo Mario Due” che con le sue reti da posta ha scovato in due punti precisi, che ovviamente resteranno segreti, intere colonie di pesci prete. Tra lo scorso anno e l’ultima estate, ne sono stati catturati oltre 600 esemplari con peso variabile tra i tre etti e il chilogrammo.
A dare man forte a questa forte razza sono stati gli “agguanti” di Sestri Levante, Riva Brigoso e Deiva Marina che, raggiungendo la profondità di 50 metri, impediscono di fatto ai pescherecci di entrare sottocosta.
Così tra un relitto e l’altro, tra un agguanto e la “zinna” (la delimitazione tra la sabbia-fango e la poseidonia-scoglio) i pesci prete (in alcune località li chiamano anche “pesci bagio”) hanno ripreso a frequentare i banchi delle pescherie.
La grande vitalità che li contraddistingue (si muovono anche dopo ore dalla loro eviscerazione al contatto con l’acqua della pentola), è il fatto che hanno una polpa soda e senza lische ne fanno il numero uno per il ciupin e nella zuppa può essere servito da solo, coperto dalla “bagnetta” realizzata con scorfani o pesce da scoglio.
Ci fermiamo perché non è il caso di divagare ulteriormente, però quando si salpa una rete con quindici o venti pesci prete uno di fila all’altro, è una soddisfazione e anche un po’ una rivincita verso coloro che non vanno più in mare (dopo il decreto Evangelisti, che ha tolto le reti da posta ai dilettanti, nel solo comune di Sestri Levante 120 persone non hanno più esercitato) e che sostengono che pesci in mare ce ne sono sempre meno.
Non temete, come sono ricomparse le ombrine bianche, le corvine, i dentici, le leccie, i gamberi imperiali, i pesci prete, le aragoste, gli astici anche altre specie troveranno il loro habitat naturale nei fondali del Tigullio, a patto che si rispettino le regole dello strascico, delle lampare da scoglio, delle reti da circuizione meccanica, che sotto i 50 metri di fondale hanno un vantaggio troppo grande rispetto alla fauna marina per la velocità dei mezzi di pesca usati e sono devastanti per la flora che deve rappresentare il vivaio del plancton.
Naturalmente oltre ad un maggior rispetto da parte dei pescatori, devono comunque migliorare le condizioni ambientali. Sicuramente la coscienza ambientale sta facendo passi da gigante e proprio la storia del ritorno del pesce prete ne è la prima dimostrazione: se il fondale viene lasciato riposare, se dalle fognature sottomarine escono liquami protrattati non chimicamente, se le petroliere non lavano più le taniche lanciando in mare tonnellate di greggio (che poi in parte finisce a terra e l’altra parte sul fondale) allora i pesci possono riprodursi per essere poi pescati con sistemi regolari e selettivi come i tremagli.

Si ringrazia per la foto l'Organizzazione 2000 SUB Padova

Il Grongo.

Un grongo lucerna di 53 Kg

Diciamo subito che esistono due tipi di gronghi e altrettante tipologie di pesca per catturarli.
Negli scogli vive il grongo nero: è facilissimo pescarlo perché ve ne sono milioni. Un nylon del 100 e un amo grande, un pezzo di pesce a carne sodo gettato in qualsiasi scogliera da 50 cm a 70/80 metri esclusivamente di notte e possibilmente senza luna per prendere la “biscia di mare”. Il peso varia dai due o tre etti fino ai sette o otto chilogrammi ed in questi casi diviene difficile issarlo sulla barca: occorre prima arpionare la preda; la qualità delle carni è ottima ma non esiste mercato per il grongo nero, bisogna saperlo “mungere” per fare scorrere l’infinità di piccole spine verso la coda che poi viene tagliata e gettata, così come la testa.

Di ben altra portata il grongo bianco che vive nei fondali dai 300 agli 800 metri: è prelibato e per catturarlo occorrono esperienza per trovare le cale giuste, e palamiti o parancali capaci di scendere i tali abissi.
Nelle foto, Rudy con due esemplari di grongo bianco del peso di 34 chilogrammi pescati sul “banco di Chiavari” con il motopeschereccio “Novantatrè – Polpo Mario Due” e con uno dei più grandi esemplari che si ricordino a Sestri Levante, un grongo-lucerna di ben 53 chilogrammi pescato a 500 metri di profondità a undici miglia al largo di Punta Mesco.

Due esemplari di grongo bianco del peso di 34 Kg

La pesca dei lussi.

I lussi pescati

Il lusso è un pesce stanziale, vive in branchi a forma di palla, come le api, in posti fissi su fondale ghiaioso; mangia un tipo particolare di alga, ha pochissimo sangue, corpo sottile e aguzzo, un gusto di mare deciso e, sua grande qualità, della quale peraltro non si sa quanto vada orgoglioso, nessuna lisca.
Oserei dire, anche se scientificamente non saprei quali prove addurre, che come consistenza di carne assomiglia al cavallo marino, quello affusolato: infatti, proprio perché ha poco sangue, se viene gettato a riva non marcisce, ma secca, come il cavallo marino.
Per catturarlo bisogna conoscere i posti dove vive: sempre gli stessi da generazioni. Arrivati sulla verticale del luogo, si individuano i lussi con lo specchio in un fondale di 10-15 metri, quindi si getta la rete appropriata, detta “ruscetou”: è una sciabica con la “morte” (la parte terminale) molto lunga.
Si getta il “ferro”, cioè un’ancora a quattro punte, si cala la rete seguendo la corrente e si dà il giro ai lussi; quindi si spaventano i pesci calando una pietra legata a del nylon bianco; movendo su e giù la corda, il nylon sbatte come un fantasma che agiti il proprio lenzuolo bianco; come mai i lussi abbiano tanta paura dei fantasmi non saprei; so che non gli giova per niente: terrorizzati, si ficcano nella sacca della morte; se si è bravi e si tira su velocemente, ci rimangono dentro tutti. E molti di loro forse capiscono, al modo che capiscono i pesci, con tutto il corpo, che il fantasma non era che un presagio.

Ricordo la pesca eccezionale che facemmo nel settembre del 1977: avevamo visto con lo specchio un grosso branco di pesci, velocemente gettammo e chiudemmo le reti; e con nostro grande stupore, quando le salpammo, vedemmo che oltre ai lussi (più di 70 casse), avevamo catturato un’ottantina di lecce che stavano dando la caccia ai lussi ed erano rimaste prese, diciamo così, per errore.
Un errore, s’intende, del quale non ci spiacque per nulla. Purtroppo, proprio quella volta il Luna aveva dimenticato, per una di quelle dimenticanze sulle quali Freud ci ha illuminati, di caricare le provviste.
Era mezzogiorno passato, ci trovavamo al largo di Deiva, affamati, assetati e senza alcuna voglia di aspettare un paio d’ore per mangiare e bere.
La decisione fu presto presa, e neanche tanto sofferta: facemmo rotta per il paese e più precisamente verso la trattoria Poleski; scaricammo il pescato e, dopo una breve trattativa con il padrone, ce ne mangiammo la maggior parte, mettendo il resto sul conto del vino che tracannammo senza risparmio. Un poco, si capisce, ci dispiacque; ma solo un poco. In realtà, raramente fummo allegri come il quella occasione.
Ma ci sentimmo più ricchi, perché solo ai ricchi sfondati può capitare di gettare così un piccolo patrimonio. Del resto, pensavamo festosamente, non si vive mica per i soldi, no? E poi, a vedere le cose da un altro punto di vista, stavamo facendo una bisboccia colossale senza tirare fuori una lira. Che cosa si può volere di più dalla vita?

Rudy, il Mitico Galetu e U Scientificu

O mio bel Morone, fatti catturare.

Pesca eccezionale del pregiatissimo pesce al Polpo Mario.

E' fra i pesci più pregiati e ricercati dei nostri mari. Gli esemplari pescati dalle nostre parti sono pochi, salvo qualche rarissima eccezione. Come quella che vi documentiamo in questo servizio: una grande "pescata" di moroni avvenuta a Sestri Levante, in escusiva per il Polpo Mario.
Il pesce morone (centrolophus niger), come ricorda Giovanni Rebora, docente universitario genovese e grande esperto di cucina, è raro e costosissimo.
Anni fa fu offerto al Papa Giovanni Paolo II in occasione della sua visita a Chiavari, a cucinarlo, in quell'occasione, fu l'amico Puny, dell'omonimo ristorante nella piazzetta di Portofino.
La sua carne è bianca e delicatissima grazie alla qualità del suo cibo abituale, fatto di gamberi e scampi che vivono il suo habitat, a cinquecento metri di profondità.
Il pesce morone si catura esclusivamente con i palamiti di fondo e con la paranza, non è quindi facile reperirlo in commercio; appena ne troviamo qualche esemplare ce lo accaparriamo subito.

Noi del "Polpo" lo cuciniamo così:

Ci sono diversi modi per cucinare il pesce morone.
Al Polpo Mario e al Ristorante ai Castelli abbiamo cercato di venire incontro ai gusti e alle nuove tendenze dei gourmet.
Fra le ricette scelte dagli chef, svetta il carpaccio tiepido di morone al pepe rosa.
Molto gradito anche il carpaccio di morone crudo agli aromi con colatura di acciughe e zenzero e il morone ai finferli con patate e rosmarino.

Il pesce morone

Lampris Regius.

Io ero un gran pesce. Essere un gran pesce non vuol dire necessariamente essere un pesce grande; io, oltre che grande, nella mia piena maturità, a sette anni, oltre che pesare 65 chili, ero un gran pesce. Non per nulla mia hanno battezzato... chi Pesce Re... chi Pesce Imperatore. Ed io mi sentivo un Re.
Nel mio girovagare, alla ricerca di correnti sempre più calde, come i miei avi mi avevano insegnato, sono partito dalle acque tunisine, poi su per il Canale di Sicilia, poi ho girovagato sempre più in su, alla ricerca di cibo, al seguito di grandi branchi di molluschi, di acciughe, di alaccie che, intimorite dal mio presentarmi rapido dal più profondo blu, si riunivano in branchi roteanti , sempre più fitti, come a simulare la forma di un pesce più grande di me.
Gettavo lo scompiglio lanciandomi nel mezzo e, letteralmente trangugiando tutto quello che potevo, mi beavo della loro ingenua tattica, come se io, da sotto, riconoscendo un enorme pesce in quella roteante sagoma che pareva un'ombra impazzita nella luce di superficie, io... insomma avessi temuto... desistito.
Il mio corpo schiacciato, la mia coda sottile e potente, il mio bagliore luccicante mi rendevano un predatore veloce e perfetto, unico nel colpire e fuggire verso il più profondo blu. Accidenti come si doveva lavorare per controbattere la pressione bazzicando a 400 metri sotto il livello del mare!
Io mi ero abituato a comprimere la mia piccola vescica natatoria, la schiacciavo ben bene per compensare quelle che – da sopra – si chiamavano 40 atmosfere... ma chi ne aveva mai sentito parlare di atmosfere? Io facevo tutto dettato dall'esperienza e dalla capacità che il Dio mare mi aveva dato.
Ero bellissimo: argenteo rilucente il corpo, le pinne e i fregi sul fianco erano rosso aragosta, bocca capace dalle labbra retrattili, corpo sviluppato per correre o... dormire assopito a pochi metri dalla superficie.
Eh sì, lo confesso, il sole e la calda corrente di superficie, specie nelle ore pomeridiane, mi invitavano al sonno e, assopito, quasi piatto, mi lasciavo gentilmente trasportare dalla corrente. Chi mi aveva intravisto, da quelle sagome scure che viaggiavano in mare, aveva scambiato la bocca per quella di una sirena,, di una dea... il mio occhio scuro e profondo aveva visto molti uomini, molte lenze, molti ami... troppe insidie!
A volte, preso da un'improvvisa tentazione, avrei abboccato ad uno di quei bocconcini che parevano penzolare a mezz'acqua... grasse sarde... acciughe lucenti... ma poi l'insidia era scoperta e con un guizzo fulmineo rifuggivo il pasto... visto l'amo e vista l'interminabile lenza che mollemente si lasciava andare in corrente.
Le mie bianche carni mai!... non le avranno mai! - ... mi dicevo sicuro.
C'erano pesci che mi assomigliavano, ovvero che credevano di assomigliarmi: il pesce luna che, nella sua stupida rotondità, sguazzava lento e flemmatico al sole estivo, oppure il rondanino, che però mai avrebbe raggiunto le mie dimensioni, mai avrebbe avuto la mia livrea, mai le mie carni... Attento: mi dicevo, attento a non dormire a galla... me lo imponevo come una fondamentale regola di vita, insomma, per mantenere questa vita: mai dormire a galla!
Al seguito di chi sa quale istinto mi ritrovai in una tiepida corrente che lambiva una punta, a nord, ma così a nord dove nessuno della mia specie era mai arrivato. Il capo di Portofino si stagliava scuro nel cielo e le sue ripide pareti a strapiombo, parevano fornirmi una ebbra sensazione di tranquillità.
Girovagai un po', poi ritentai la strada verso sud.
Non so per quale strana combinazione, là dove il fondale creava un crinale ripido o scosceso, in una ampia interminabile curva arata dalle reti a strascico, forse preso da un attimo di smarrimento, abboccai ad un amo di palamito.
Pareva buona ed invitante la sarda che stava scendendo, rilasciando una scia di rilucenti scaglie... pareva viva.
Mi lanciai e d'un tratto mi resi conto di essermi allamato.
Tirai a forza, più nuotavo e roteavo e più l'amo mi si conficcava nelle labbra.

Iniziai una paziente attesa, lentamente pinneggiando vincolato dalla lenza. Quella stava scendendo, tirandomi fin giù, in cinque o seicento metri... Compensavo... trattenevo.
Quando fui in fondo, la melma fangosa mi impediva di vedere chiaramente, studiare una strategia di fuga.
Mi sentii tirato a forza a galla, con una velocità che mi impediva la compensazione...
-Ci siamo – pensavo – è la fine.
La mia piccola vescica ora si dilatava a forza, troppa pressione interna troppa velocità di salita... Mi sentivo come un galleggiante, su... su... ormai in balia della lenza che inesorabile mi strattonava in alto.
Fu per fortuna... si fa per dire... che a cento metri dalla superficie si strappò il nodo che vincolava l'amo al resto... io mi sentii sciolto... libero, ma inevitabilmente, ormai, con la pancia troppo gonfia salivo... privo di forze, privo di iniziativa.
Mi trovai a galleggiare.
Lontanissimo dalla barca che mi aveva insidiato... galleggiavo e tentavo di riprendere le forze.
La corrente mi trascinò una notte intera fino al mattino limpido e soleggiato... verso l'imboccatura di un porto di cui ricordo gli scogli, lo spumeggiare delle onde.
Le evitai, ma non per mio volere, le evitò la corrente che mi portava.
L'oblio.
Il cielo blu, il rumore strano di ambienti assolutamente nuovi per me.

Un bellissimo pesce imperatore o pesce re

Poi qualcuno mi vide.
Si affrettò a varare una lancia, vogava verso di me, o per lo meno questo immagino...
Stremato agitavo goffamente un po' le pinne caudali, il riflesso del sole sul mio corpo doveva essere una specie di specchio... avrei comunque attirato troppa attenzione... e comunque ero un Re... miseramente, stupidamente finito.
Vidi un corpo d'uomo sulla lancia avvicinarsi, poi due o tre schianti, uno a vuoto, altri mi centravano per uccidere il Re che era già morto. Un remo usato come bastone, poi nulla. Il pescatore si buttò in mare mi colse quasi avvinto abbracciandomi e tentando di trascinarmi verso la barchetta...
Egli lo legò per bene a poppa e si avviò a riva remando. Lo caricò su un carretto a stento.
Mi avevano messo su un panno di iuta bagnato addosso, per non farmi vedere da tutti... poiché credevano forse fossi uno strano incrocio... un pesce formidabilmente strano e mai visto.
Come un Re il mio viaggio terminò su un carretto. Coperto da un panno.
Le mie carni, nonostante la titubanza... furono vendute, cotte e, come un RE, dissero che erano le migliori di tutti gli altri pesci.
Era la fine di un Re.

Frenesie da tonno.

Il ritorno dalla grande pesca

Non ci era ancora presa la frenesia da tonno... erano ormai tre anni che avevamo abbandonato la vera frenesia e ci limitavamo, nell'arco di ogni estate, a sorvegliare l'andamento della stagione alieutica, con distaccata ironia, con disattenta partecipazione. Gli ultimi tonni, quelli veri, quelli per cui non si dorme la notte, si erano presentati in un attimo fuggente, durato si e no sei giorni e sei interminabili notti, nel 1998. Allora il nostro sistema informativo, tenuto costantemente all'erta, aveva avvistato il primo tonno in una notte di agosto, col mare nero e calmo come il petrolio, buio di luna ed umidità a mille. Si deve sapere che la nostra pesca -”facilitata” come dicono alcuni dei nostri “detrattori”- si svolge durante l'azione di pesca delle lampare a caccia di acciughe.
Quale migliore momento per il grande predatore di acciughe e pesce azzurro?
La luce vivida delle lampare che per ore trapassa la superficie del mare, un lento ammassarsi di acciughe nel suo arco illuminato... bè... in tanto ben di Dio, il tonno, se c'è, credetemi, arriva! Come un siluro dal fondo, il tonno inizia a scombussolare tutto il branco di acciughe sotto la luce, mangiando ad ogni passata e scompigliando il lavoro dei pescatori.
Eccoli quindi allertati, i pescatori con cellulare alla mano, piena disponibilità da parte nostra a ricevere una telefonata nel bel mezzo della notte, pronti a salpare per raggiungere il luogo di pesca. Bè... erano però quattro anni che non succedeva un bel nulla.
Anche loro, i pescatori, nel fermarsi a fare quattro chiacchiere si chiedevano con noi per quale arcana ragione i tonni non si fossero più visti, non che a loro mancassero, in quanto erano solo fonte di disturbo, ma per una passione che ci accomunava, loro assumevano, parlandone con noi, toni tristi e rassegnati, quasi a giustificare quell'interminabile periodo di “magra”.
Poi, un pomeriggio d'agosto di quest'anno, Memè, inchiodato il motorino presso di noi, quasi volesse finalmente liberarci da una serie interminabile di stagioni negative, sfilato il casco, con aria compresa ma raggiante, ci disse subito: “..uhei.. ieri.. ieri sera ce l'avevamo sotto!..”
Questo ci bastò. Le domande da fare ora erano solo prettamente tecniche:
dove eravate a pescare (per valutare la distanza di trasferimento con la barca)
l'avete visto con gli occhi nella luce della lampara oppure...
avete vista la marcatura nello scandaglio
se visto: che peso approssimato e stimato a occhio
l'avete visto di serata o di mattinata.
La serie di domande, scarne di per sé, erano in effetti l'una conseguente all'altra e tutte indispensabili, evitavano un sacco di fatica all'amico Memè nella descrizione dell'accaduto, ma, così dirette e stringate com'erano, ad un diverso interlocutore potevano anche apparire invadenti e troppo interessate... insomma non davano spazio a particolari avventurosi nella narrazione eventuale dell'avvenimento. La reazione fu comunque all'altezza delle nostre aspettative:
pescavamo su punta Manara (quindi vicinissimo alla nostra base di partenza)
avevano visto la marcatura nello scandaglio di serata (cioè tra la mezzanotte e l'una)
avevano visto il tonno dal vero in mattinata (cioè verso le tre o le quattro)
il peso stimato era di 150 chili.
Si aggiunsero dopo particolari che rendevano ancora più appetibile la già interessante notizia di qualche ora prima: anche altre barche nella zona avevano visto qualcosa... forse era l'unico tonno che aveva visitato tutti, forse erano presenti più tonni in zona. Bene – penso io incredulo – anzi, benissimo!
(E' mia ferma convinzione che i tonni giganti si muovano in piccoli branchi, di cinque dieci esemplari e restino per qualche giorno là dove trovano la mangianza, questo senz'altro con situazioni meteorologiche stabili e favorevoli.)
Bene ancora...! e (scusate l'euforia): un giro al porto prima che le lampare partano, altre informazioni, altre conferme... una ripassata ai numeri di cellulare di ognuno... e di lì a poco si poteva partire. Ecco: la frenesia da tonno stava inesorabilmente risvegliandosi. Appuntamento al ristorante dei Castelli... lassù... senza grandi frette, perché le prime notizie si sarebbero potute raccogliere telefonicamente verso mezzanotte.
Barca in banchina pronta, un po' di esca raccolta presso il grossista, sarde ed alaccie, e dulcis in fundo, in caso di notizie... ritardate, avevo organizzato il letto in barca, con il cellulare acceso!
Fu una cena all'insegna degli “amarcord”, naturalmente di tonni passati ed ormai digeriti. Rudy, come al solito gentile ed arguto ospite, era interessato al massimo, anche perché del tonno lui ne coltiva la passione più del “dopo morto”, ovvero in cucina, di quella che noi manifestavamo cercando di coinvolgerlo in lenze, scandagli, avvistamenti e catture. Era comunque una serata a base di tonno, nei piatti, nelle parole e nella nostra fantasia.
La prima telefonata andò a vuoto... era mezzanotte passata, ma sia Memè che Paolo, altro amico armatore, non avevano ancora visto nulla, avendo acceso le luci della lampara da poco tempo.
Ci assicurarono che ci avrebbero chiamato.
In effetti con la arca pronta, lenze nel pozzetto, ripassate e disposte con cura, avremmo raggiunto il posto in meno di venti minuti. All'una, rattristati ma non sconfitti, in attesa di notizie, si decise di andare a dormire.
Trafficai un po' in barca, Roberto andò a casa, anch'egli cellulare sul comodino. Poi, in previsione di una notte in piedi, anzi sperandoci, mi forzai di dormire. Non credo che mi attraversarono tonni nella mia mente, forse non ebbi senz'altro il tempo di sognare. Mentre gli ultimi nottambuli, neanche poi tanti, si incamminavano a casa, con il porto muto e silenzioso, verso le due, squillò il telefono:
“Tittaa... ce l'abbiamo sotto, ma fate presto che fra poco caliamo...”

Giro di telefono a Roberto che, penso, inforcò il motorino direttamente dal letto, e, non senza la sigaretta in bocca, arrivò a bordo con due occhi che parevano due televisioni spente.
Avevo già messo in moto, le luci di via erano accese... molla gli ormeggi e vai!! Durante il tragitto, in uscita dal porto, feci un riassunto scarno ed assonnato della telefonata: invero c'era poco da dire, bisognava fare solo presto.
Girata la punta con alle spalle il fanale verde, allargati un po', iniziammo a dare un po' di birra ai motori, mentre cominciavamo a scorgere l'alone bianco delle lampare sul mare al largo di punta Manara. Roberto parlottava al telefono con Memè o Paolo, non so..., io timonavo verso le luci che parevano essere lì vicine ma mai le raggiungevamo.
Poi Roberto – lui ha la capacità di distinguere una barca dall'altra da miglia di distanza, quella di tizio, quella di caio... io solo quando ci son sopra – mi corresse un po' la rotta ed arrivammo presso la luce in breve. Rumore del generatore, riverbero abbagliante, saluto al marinaio sulla luce, cenni interrogativi, la lampara che ci passa oltre scandagliando attorno alla propria luce, gente di poppa in attesa di calare... tutto come al solito. Sempre uguale, sempre tremendamente affascinante. Accendo lo scandaglio anch'io: di colpo uno schermo blu elettrico mi appare, lì al buio, offendendo un po' i miei occhi abituati ormai alla notte. Con i motori al minimo vago nei pressi della luce, con un occhio alle altre barche e un occhio allo scandaglio. Puntini, puntini rossi, gialli mescolati sullo schermo, pesci, disturbi di segnale, qualcosa in generale per cui fare attenzione... Ci attraversa da vicino la barca grande prima di calare e rallenta: dalla cabina Memè, con l'occhio allo scandaglio, ci urla... “...eccolo...”
“... una bella marcatura...” “... prima era alla vista...”
... “lo vedi?...” Roberto a prua, nel buio mi ripete la conversazione, come se non avessi sentito... io scruto lo schermo... niente!
Sento urlare ancora Memè dalla sua barca: “...ora noi caliamo... quando salpiamo viene senz'altro su...”
Sento il motore della barca accelerare e la vedo scivolare via nella notte, calando la rete attorno alla luce.
D'un tratto nel buio pesto, vedo un'inconfondibile striscia bianca a metà dello schermo del mio scandaglio:
“... Roby ora a 30 metri...”
“... sicuro?...” fa lui a prua...
“... venticinque”.
Io non confermo neppure... ripeto le profondità alle quali lo vedo passare nello strumento “...15...”
Intanto, acceso il fanale per illuminare la prua, Roberto armeggia e prepara la lenza... Lancia un po' di sarde in mare per pastura. “...35...”
Ne innesca una più grande all'amo (in italiano alaccia... perché mai in genovese “salacca”??)
“...lo vedi ancora? ... o... niente?” chiede Roberto cercando conferme... “... boh era ora nei trenta quaranta metri... ora niente”.
Intanto la lenza scende lentamente sfilandosi dal secchio. “niente?...” “... niente...” e strizzo gli occhi per vedere anche quello che non c'è.
“25!!!!! ora!... Ora... che c'è di nuovo!...”
“...ora?...” mi chiede “15... 15!!” gli grido. Le strisce bianche avevano una progressione velocissima.
“...20...” ... urlo... “butta due sardine!...”
“... quindi...” non faccio in tempo a dire quindici.
“... ce l'ho!...” sbotta Roberto, ora impegnato a far sfilare la lenza... Bene! ... penso... Bene!... una gran parte della serata è già guadagnata da una abboccata.
Poi, staccati gli occhi dallo strumento, timonando in modo da tenere la lenza al mascone di sinistra... mi preoccupo subito... “... hai dato la ferrata??...”
“... sì!... corre... corre... guarda come va...”

Rudy e lo staff del Polpo mostrano uno splendido esemplare d tonno "pinne gialle"

La lenza si sfila veloce e scompare nel mare buio. Il pesce corre leggermente verso terra affondandosi un po'.
Io faccio: “...ouh... non credi che sia meglio frenarlo un po?... prima che la porti via tutta...”
Senza rispondere... con calma inesorabile, Roberto inizia a recuperare un po'. Io devo timonare per tenere sempre la lenza là, in tiro, facendo in modo di andare incontro al tonno.
Il combattimento, che tralascio, dura un'ora. Non di più.
Io scendo a prua nella fase risolutiva per dare una necessaria mano. Non servono più motori, direzione, orientamenti o tattiche. Il tonno è stremato appeso al filo che noi reggiamo a stento, ma lui, per fortuna, non lo sa. E' trattenuto ormai a galla a prua, appeso per uno stupido filo di nylon e sbatte la sua coda prima di essere definitivamente raffiato, agganciato, fermato... in attesa della calma totale. E' il momento del rilassamento. Io e Roberto ci guardiamo carichi di adrenalina ma calmi anche noi: è andata! Tralascio anche le fatiche... a volte senza risultato, per tentare di issarlo sulla plancetta di poppa.
Poi il rientro, nell'alba ormai giorno. Alle sette, sette e mezza... del tonno non ne possiamo più.
Abbiamo avuto i nostri momenti di apprensione, di fatica, di soddisfazione: ora aspettiamo un volgare camion con il problema di non sapere come caricare sopra il pesce. A qualche modo si farà. Il suo colore argenteo stinge. Cola sangue scuro sul molo che si aggruma veloce. L'occhio grande e blu sembra quello di un vecchio cane orbo, coperto da uno strato opaco.
195 chili di muscoli inerti giacciono sul pontile. Ne vale la pena?
Ma abbiamo vinto noi. Il sogno: dopo un cappuccino e tanti discorsi con i pescatori della notte al bar Baciollo, una grande nanna, su un letto fresco, dopo una doccia...
A letto di corsa, ora che il caldo avanza, il sole è alto e la frenesia ci farà stare all'erta la sera dopo... che in realtà inizia quello stesso pomeriggio.
Rudy, mi pare di vederlo, è alla ricerca del miglior tonno, ma per un'altra frenesia... Non ci incontriamo oggi per via di orari e percorsi diversi... peccato! Finirà senz'altro che la nostra frenesia ci farà incontrare la sua frenesia, noi consumare le nostre fantasie catturando un tonno, lui... cucinandolo.

Titta Tarditi

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