Sul filo della memoria.

Sul filo della memoria rivivo, a volte, per qualche istante, il passato, e ritrovo immagini, profumo di un tempo ormai lontano e perduto. Sentore d’arziglio… e un velo di nostalgia: perché il mare non profuma più come una volta, lo stanno uccidendo i nostri veleni. Ma io ho una grande memoria olfattiva e non potrò mai dimenticare il profumo del mio mare, quello dove io sono nato.
Lo dico con orgoglio: sono stato partorito sull’Isola di Sestri Levante, in una camera del vecchio convento domenicano dell’Annunziata, anzi della “Nunsiàa”, come si dice a Sestri. Casa mia.
Il primo respiro era intriso di fragranze marine: arziglio, ricci, alghe, patelle e, perché no, pelo di patelle. Niente odore d’acido fenico, niente rumori ovattati o metallici da ospedale. Il primo suono che ho sentito è stato quello dell’onda che lambiva gli scogli sotto la mia finestra.
Nato così, praticamente “a bordo a ‘n gussu”, “a bordo di un gozzo”, come diceva di sé mio nonno Baciccia, non avrei potuto se non gravemente degenerando non amare il mare e tutte le esperienze che poteva offrire. Non degenerai.
Ricordo con emozione immutata le mie emozioni di allora. Miei primi giocattoli furono le gritte, i granchi, che mi divertivo a tirar fuori da sotto i sassi; e i pesci taccascoggiu, specie di bavose-remora che non ho mai più trovato; me ne attaccavo uno sulla fronte e mi presentavo così a mia madre, che invariabilmente urlava di terrore; ed io ero felice del suo spavento e del mio coraggio.
E ricordo il profumo dei cornetti che cuocevamo nelle latte di conserva, con il fuoco della legna trovata in spiaggia: li mangiavamo per merenda, e non era una bravata, era normale e bello. E non mi sentirei davvero di scambiare quel povero cibo, di cui si gustava soprattutto l’aroma, con i pacchetti confezionati che ingurgitano i ragazzi, oggi: sapore di plastica e profumo di polistirolo.
No, non invidio i ragazzi di oggi, che giocano in casa con i computer e i vari incubi o eroi ultratecnologici, terminator, ninja: mostri neppure di casa propria, palpitazioni e spaventi già pronti e preconfezionati come le merendine, provenienti da chissà dove.
No, non invidio i ragazzi di oggi; neppure per la possibilità che ad essi si offre di sfogliare fumetti porno e guardare TV hard a sei o sette anni. Noi non avevamo accesso a questi privilegi; eravamo costretti a fabbricarci le nostre esperienze dal vivo, correndo qualche rischio che era poi il sale e il pepe dell’avventura.

Il sesso nel 1952

Con il mio amico Danilo avevamo praticato un buco nella cabina dei bagnanti della Colonia Tagliaferro, proprio dove si cambiavano il costume le maestre.
Non so per quale legge perversa allora le maestre erano brutte e sgraziate e avevano culi flaccidi e peli sulle gambe mentre adesso sono in maggioranza snelle, giovani e carine; ma gente, chi ci faceva caso? Quelle erano visure di pieno sesso, quelle erano palpitazioni ed emozioni.
Di qualcuna, forse, anche, chissà, ci innamoravamo un po’ e diventava particolarmente eccitante per noi guardare proprio lei. Ma poi non so se è vero. In realtà, credo di tutte eravamo innamorati, e tutte ci davano la stessa meravigliosa sensazione, lo stesso calore che ci arroventava le guance.
Ad arroventarci le guance, le gambe, il sedere e la testa e tutto quello che gli capitava sotto mano contribuì, una volta, il bagnino che ci sorprese e, assai poco comprensivo della nostra sete di conoscenza e d’avventura, ci sommerse, prima che riuscissimo a scappare, sotto una gragnola di poderose “mascate”, schiaffi, calci e appellativi poco gentili.

La pesca che passione!!!

E voliamo ai ricordi dei diciott’anni. Da mangiare in casa ce n’era; mancavano però i soldi per il superfluo, quel superfluo che ad un ragazzo con tanta voglia di divertirsi in corpo è così necessario. Io sognavo di andare a ballare al Carillon o alla Piscina dei Castelli – e s’intende che non era il ballo in sé ad interessarmi -ma in quei locali non si entrava se non con vestiti da boutique. Troppo costosi per il bilancio famigliare. Mi piaceva molto il mare e la pesca, era naturale che pensassi di risolvere le mie difficoltà economiche andando a pescare. Avevo modo di unire l’utile al dilettevole. Non solo facevo qualcosa che mi divertiva, ma mi pagavano anche. Per giunta risolvevo anche il problema di farmi un po’ il fisico: perché la pesca che mi piaceva e che presi praticare, era quella vera, dove si tirano le reti con le braccia e non con gli argani, e non si va a motore ma si voga a forza. Quella fu la mia palestra; quell’aspro esercizio mi rafforzò e fra l’altro mi diede modo di accrescere il mio prestigio all’Istituto Nautico che frequentavo, dove lo sport più in voga era il braccio di ferro.
Legato a questo periodo della mia vita c’è il ricordo di un pesce del quale ignoro il nome scientifico e anche quello volgare. Qui lo chiamiamo “Lusso”. So che in Meridione lo chiamano “Ciciriello”. Andavo a questa pesca con una splendida barca della “Latino”: più grossa di un gozzo, più piccola di un leudo ma di forma simile. Il capobarca era, ed è ancora in ottima forma adesso, il mitico pescatore Galetu: biondo, occhi azzurri, viso volitivo; lo scultore Messina gli dedicò un busto che è esposto all’Art Museum di New York. Quest’ultimo aveva un tono di voce incredibile: la Baia del Silenzio, dove lui teneva in secca il suo “Latino”, all’alba era scossa dalla sua voce e, quando lui parlava con i suoi pescatori da una parte all’altra del piccolo golfo, i bicchieri tremavano nelle credenze; spesso un ricco milanese, che veniva a passare le feste qui, gli pagava l’equivalente della pescata giornaliera a patto che il galetu se ne stesse a letto o nell’altra baia. Questo nobile capobarca non poteva avere che un equipaggio pari a quello del film “I quattro dell’oca selvaggia”, ingaggiati magari all’ultimo minuto, e scelti o accettati come per caso, ma chissà come e perché magnificamente assortiti, stavano bene insieme infallibilmente, come i colori di un quadro di Paul Klee. Vicecapo era Fede, di professione “clochard intellettuale”: spesso ci raccontava dei suoi molti viaggi nel mondo o ci recitava poesie, sue e non sue; gli volevamo tutti bene e poiché era gracile fisicamente gli facevamo tirare la rete dalla parte della “natta”, la parte più leggera.

Lui era il più facile da trovare perché dormiva a bordo: non aveva infatti, in secco o in mare, altro alloggio, riparo o officina che il “Latino”: svago, casa e amicizia. Lavoro no, perché Fede non lavorava: viveva. Era un artista, anzi di più: un uomo libero. Il terzo dell’equipaggio era il Luna, fratello di Becin, grande terorico-pratico della bevita al pirrone nell’osteria del Paladin.

I pescatori sestresi al ritorno da una prolifica giornata di pesca

Il quarto, surreale personaggio, era il Relio, cieco dalla nascita. Chi conosce l’umorismo agro del popolo ligure, che un poco si vergogna della sua bontà e deve volgerla in scherzo, sa perché il posto del Relio era al timone. In realtà i vecchi pescatori sono sempre stati aiutati – con pudore e discrezione e magari con un po’ di humor nero – da pescatori più giovani e forti; non sopravvivevano certo grazie alla pensione dello stato. Ricordo il Relio dritto a poppa con una mano al berretto come se scrutasse l’orizzonte, con la barra del timone in mezzo alle gambe. Pare che si orientasse con il vento che gli batteva sulla “masca”, sulla guancia. Ogni tanto Galetu gridava al suo nocchiere. “Daghe ‘n curpu de foa” o “Daghe ‘n curpu de tera”: e con la rotta, verso terra o verso il largo, era assicurata anche la paga del Relio. Quinto, il celebre Balledoro: faceva il guardiano della piccola prigione di Sestri, ma io non ho mai capito se a tempo perso facesse il carceriere o il pescatore. La prigione aveva 2 o 3 ospiti, non tanto cattivi e nemmeno tanto prigionieri: qualche volta, per non mancare al suo dovere e abbandonare la prigione incustodita o per non lasciarli soli, Balledoro (si chiamava così perché era nato, finalmente maschio, dopo sette sorelle) se li portava dietro.

I miei Sessant'anni.

Sun arrivou a sciuscant'ani
e ô fétu anche 'n pô de dani.

Oua l'é cuminçou in bell'anu noevu
con muggé, figgetta e 'na surpreisa in te l'oevu
che nu l'é né l'oevu de Pasqua né de Culumbu:
Veuggiu vende cae a Sestri e in tuttu u mundu!

Trentrei ani de risturante e mattaie in discuteca
da sommelier me sun beiu tutti i vin de l'enuteca.

Da zuene ô vendùu giacchée e tacchi a spillu
da prufessù sun andou a scoa anche in pô brillu

Ô fetu u custruutù e in marin-na u cumandante
ma u m'ea ciù cou fâ u pescou lì da Levante

Poi in ta testa ô avuu 'na revolusiùn
e sun andou in India a fâ meditasiùn.

Ô za fetu i papé pe anâ in pensciun.
Giu cuu passeggin cumme in belinun.

I me dixu: oua fanne u seriu che t'é vegiu.
Ma mi seriu sun sempre stou: 'se gh'é de megiu
che mangiâ, beie e anâ pe figge?
L'impurtante l'é che seriamente se ne pigge!

Ô cuntou anche qualche mussa:
e alghe, u purpou, u Gnussa
e chi l'avie mai ditâ: ste malincunie
oua sun in te tutte e librerie
l'an lette i prufessui a scoa con i studenti
me fa piaxei che i sun aresté contenti

Oua l'é l'ua de fâ ûn-na festa, ca passe a stoia
e che ai me amixi a l'arreste in ta memoia.

Rudy con la moglie Shirley e la piccola Melanie

La torta di compleanno con l'immancabile polpo e la dedica per moglie e  figlia
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